2002



CARNE

a cura di Mirella Casamassima



.....II profondo è la pelle (P.Valery)

......Chi ha detto che la carne è triste? La carne non è triste, è sinistra. Sta alla sinistra della nostra anima, ci cattura quando meno l’aspettiamo, ci trasporta su mari densi, ci affonda e ci salva, la carne è nostra guida, la nostra luce nera e spessa, il pozzo di attrazione in cui la nostra vita scivola a spirale, risucchiata fino alla vertigine. (A.Reyes)

Toni che vanno dal rosa chiaro al rosso cupo, colori di pelle e di carne, monocromi.
Tavolette di legno con impasti di sabbia e pigmenti, seriali, continue, ripetute; il legno è scavato, la pasta è modellata con le mani e, negli incavi, assume forme di orecchie, nocche, dita, aggettanti e parlanti.
Racconti di incontri, due orecchie si guardano, si piacciono, si “incontrano”, comunicazioni cariche di eros e sensualità.
Francesco Schiavulli “lavora” la carne e la pelle, vuole riportarci alle sensazioni tattili della comunicazione silenziosa, non verbale che, nell’era telematica, forse abbiamo perso.
Non corpi riprodotti artificialmente, non cloni inorganici, ma pezzi umani, orecchie, mani, metafore di dialoghi intrapresi e interrotti, continuità e discontinuità.
....Come ho detto, l’erotismo appare ai miei occhi come quella condizione di squilibrio in cui l’essere pone se stesso in forse coscientemente. In un certo senso, l’essere si smarrisce oggettivamente, ma allora ecco che il soggetto si identifica con l’oggetto che si smarrisce.(G.Bataille, L’Erotismo)
L’Io si perde e si identifica con la pelle, la carne, le orecchie e le mani, metafore dello smarrimento, gioco ripetuto e paziente dentro i sensi.
....Nell’angolo opposto del corridoio....stava in castigo un ragazzo alto e magro come una scopa, con il collo lungo, i capelli neri ed enormi orecchie protuberanti, che dietro gli davano un aspetto da anfora greca. Non ho più visto orecchie sensuali come quelle....mi innamorai delle sue orecchie prima di vederlo in faccia...però in un momento di cieco furore una delle sue orecchie si trovò alla portata dei miei denti e riuscii a dargli un morso appassionato...(I.Allende, Paula)

Per Francesco, nelle mani, contano le nocche e solo quattro dita, si muovono, parlano, comunicano; in esse e con esse ci si perde, ci si svuota e ci si distrugge nella perdita di identità, come nella bulimia.
È difficile spiegare il primo impatto con l’opera di Francesco; è un misto di stupore, piacere e smarrimento davanti a tanto “rosa carne” e viene voglia di toccare, di affondare le dita negli incavi, nei vuoti della pasta-carne, di seguire con il tatto i “racconti”, di accostare il proprio orecchio a quello modellato e tentare di sentire qualcosa: Sussurri ? Frasi indefinite? Parole senza senso ? Silenzi.
Un brivido a pelle ci percorre, pensiamo ai vuoti del corpo, alle porosità della pelle.
Ci vengono in mente i monocromi di Yves Klein, benchè blu, e le sue parole
....la sensibilità non ha angoli riposti, ma è come l’umidità dell’aria. Il colore è, per me, la sensibilità materializzata..., contemplando un colore....ci sentiamo bagnati...
Non è casuale che Francesco sia stato colpito dagli Abstract Paintings (Rhombus) di Gerhard Richter, quei rombi quasi monocromi concepiti per l’Aula Liturgica di Padre Pio e rifiutati.
Rossi e rossi aranciati, rombi-croce, ricordando la Crocifissione, le ferite di Cristo, le stigmate di S.Francesco e Padre Pio.
Il sacro nasce dalle cose terrene, il sacro nasce dal mondano: Richter come esplorazione, la più sintetica, di passione spirituale.
Così Bataille accosta l’erotismo all’esperienza mistica, così Fancesco, attraverso la sequenza di entità distinte, risponde alla perdita di forma-sensi che constata nella vita, parafrasando Calvino, all’inconsistenza del mondo, proponendo come valore icastico le sensazioni a pelle, le emozioni del corpo.

...Vi sono degli istanti in cui il mio corpo si illumina....Improvvisamente io posso vedere in me stesso...distinguo la profondità di certi strati delle mie carni; e sento delle zone dolorose, anelli, poli, pennacchi di dolore...Si producono nel mio essere dei luoghi..nebbiosi, appaiono delle spianate... (P.Valery).
Mirella Casamassima

2002


2000

NERO

a cura di Mirella Casamassima

.Le ultime opere di Francesco Schiavulli si ammantano di nero: nero catramato, tonalità cupe che sfumano nei grigi e invadono anche qualche avanzo di cielo buio e opaco, senza luce. “... Cercavo l’oscurità e finii per ottenerla. Preferivo vivere in una distesa di colore solo, abituarmi a quel tempo piatto, a quella linea diritta sulla quale camminavo; mi introducevo a poco a poco nell’universo di coloro che sono privati della vista come io ero privata della libertà. Vivevo con gli occhi chiusi...” (T.B.Jelloun, Notte fatale) Dai neri emergono mani, mani intrecciate, mani parlanti, talvolta urlanti: voci dell’anima ancora una volta, voci del buio che gridano delle essenze più nascoste. “Ritrovare il nero mi rassicurava...” (T.B.Jelloun, op.cit.) Oppure affiorano presenze inquietanti, deformi, fantasmi del tempo e dello spazio. “La coltre di tenebre che mi costruivo si infittiva di giorno in giorno. Mi aiutava a separarmi dal mio corpo... Il tempo si annullava da sé... Mi adattavo e mi esercitavo alla disciplina della solitudine e dell’attesa... Attendere e imparare a vivere nel buio...” (T.B.Jelloun,op.cit.) La pittura si fa granulosa, materica, sabbie e catrami si mescolano al ‘colore’ ed è come affondare in quella terra da cui Francesco è partito con i suoi contadini, con i suoi ritratti realistici, è una immersione nelle profondità materiche, in quell’io dove spesso la luce è assente perché riposto, nascosto, represso. “Cammino e sento sotto i piedi che una parte di me mette radici nella terra. Lo spesso strato di tenebre che organizzo intorno a me mi serve da rifugio. Mi copre e mi protegge, ora criniera, ora velo che ripara dalla luce... Il tempo nel quale cammino è un deserto e la sabbia è ora fredda, ora ardente...” ( T.B.Jelloun,op.cit.) Così Francesco, nel suo viaggio, ha attraversato il linguaggio realista, quello espressionista, per approdare alla terra interiore dove opacità e pesantezza si affrontano. Non più equivoci sui piaceri ottici della pittura, sugli effetti di gradevolezza visiva: e i brani di cieli e mari, che tanto generalmente invitano ad una lettura serena e rassicurante, qui si fanno pastosi e opachi, carichi di energia soffocata, impastata, incastrata nelle sbarre di ferro. ‘L’informe’ ci coinvolge con le sue categorie opposte alla verticalità del quadro, alla forma ordinata, al visivo, all'edonismo ottico dell’arte del passato: orizzontalità, materia bassa, pulsioni dei sensi, entropia invadono lo spettatore e nausee, disgusto o panico devono attraversarlo. Il nero kandinskyano, silenzio assoluto, punto finale senza possibilità alcuna di suono, si carica ora delle categorie della ‘modernità’ che da Bataille a Lacan hanno delineato la nozione di ‘informe’. Affondare nel nero è sempre un viaggio nell’anima, faticoso, intenso, tra caverne e ombre, tra mostri e fantasmi che da sempre hanno affollato l’arte tra fantastico e onirico. Ma qui, nella pittura di Schiavulli, la sfida si offre ai sensi ed è scontro di materie, senza possibilità di luce per ora. L’azzeramento e quindi la conoscenza più profonda passano per il nero, anche Malevic lo ricordava, per poi spesso risolversi nella serenità del bianco, fase di soluzione dei contrasti, simbiosi totale degli opposti. Ma per ora Francesco è ‘nero’ e un brivido ci percorre il corpo.

Mirella Casamassima

 

1999



I VOLTI E I SEGNI DELL'ANIMA

Palazzo Colonnato
Provincia di Bari

a cura di Mirella Casamassima